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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 463. Ondate di calore e adattamenti necessari
03/07/2025
Canicola. Il racconto del Padiglione del Regno del Bahrain alla Biennale di Architettura di Venezia nell’articolo di Alessandro Colombo per lo Speciale curato da Veronica Rodenigo ben si presta ad aprire la nostra Newsletter settimanale, che arriva in giorni in cui le alte temperature stanno imperversando ovunque: da record, si ripete sempre, ma ormai è un’abitudine, in ogni stagione, in ogni anno. Non fa eccezione l’Italia, con comunità messe tanto a dura prova da dover ricorrere a inedite forme legislative per tutelare chi lavora all’aperto nelle ore più calde. Coinvolgendo, in maniera importante, il campo edile e delle costruzioni e aggiungendo un ulteriore tema ai già tanti adattamenti urgenti e necessari che città e territori devono progettare e realizzare.
Non aiutano a uscire dalle condizioni estreme, aggettivo che sfuma verso una nuova normalità tutta da immaginare, i mai così desiderati temporali, che spesso invece che sollievo e refrigerio portano esondazioni e allagamenti, frane e distruzioni. Soprattutto in valli e montagne, a dimostrare che il cambiamento climatico è affare di tutti, non solo di città e di calde pianure. Sono gli effetti collaterali, tutti ovviamente a ritmo di record, della reazione tra climi e territori sotto stress.
In questo quadro di fragilità crescenti, è emblematico il Leone d'Oro per la migliore partecipazione nazionale al piccolo padiglione alle Artiglierie dell’Arsenale di Venezia, non lontano da dove si è celebrato nei giorni scorsi uno degli atti del matrimonio degli eccessi, delle polemiche, della città occupata e consumata (ma questa è un’altra storia). Emblematico è l’approccio low-tech nel contrasto al riscaldamento globale, risposta che l’architettura tende in genere a delegare a soluzioni impiantistiche complesse, costose e tecnologicamente impattanti. Ugualmente emblematico, e contraddittorio, è che questa proposta virtuosa e celebrata arrivi da uno stato noto per l’economia basata sul petrolio e per le violazioni dei diritti umani.
Contrasti, e sconnessioni, che ritroviamo a Milano nel parziale crollo, senza danni seri al netto di quelli economici, della struttura metallica in cima alla Torre Generali (o Torre Hadid) nel quartiere CityLife. Fortemente mediatico, ha colpito l’immaginario. Di chi lo ha letto come il simbolo epocale di una città che, tra indagini giudiziarie e cantieri bloccati, vede sgretolarsi, anche fisicamente, gli emblemi del suo successo. Di chi, invece, ha stigmatizzato la società che così in alto (troppo, come in una contemporanea Torre di Babele) ha voluto collocare il proprio marchio. Di chi, probabilmente sbagliando stando ai fatti e alle prime verifiche, ha dato al caldo il ruolo di attivatore del collasso.
Tra certezze e retoriche, complottismi e verità, c’è da trarre una lezione di misura e moderazione. Le condizioni (estreme) sembrano chiedere all’architettura meno simboli e più coerenza tra forma e contenuto.
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