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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 492. Critiche distanze
22/01/2026
La copia itinerante della scenografia del Teatro Olimpico di Vicenza - ritrovata in un magazzino comunale e ricostruita nella Basilica palladiana - rappresenta un piccolo grande evento architettonico a suo modo esemplare. Un cortocircuito tra forme, epoche e funzioni che ci aiuta (con il racconto di chi ha progettato l’allestimento, Marcella Gabbiani) a tirare un filo rosso nella Newsletter di questa settimana.
Il progetto di architettura si risolve spesso nella definizione di una giusta, e critica, distanza. Tra elementi e tra materiali. O tra temporalità come avviene, già nel nome, nel concorso internazionale Quartiers de demain voluto dal Governo francese i cui esiti sono in mostra fino a fine marzo alla Cité de l'architecture & du patrimoine di Parigi.
Il “domani” è una soglia, una distanza, una discontinuità che si nutre anche di retoriche e di (facili) slogan. Guardando i progetti vincitori c’è tutto l’armamentario terminologico e contenutistico del futuro, o di quello che pensiamo possa essere il futuro degli spazi urbani: l’enfasi sul riuso, sulla compatibilità ambientale, sulle pratiche rigenerative a forti tinte sociali.
Ma nell’articolo di Christine Desmoulins emerge anche la sottolineatura di una distanza – addirittura più radicale – tra enfatiche celebrazioni e complicate concretizzazioni. Complici alcuni tagli finanziari, i quartieri di domani potrebbero non averlo, un domani. “Tutto il mondo è paese”, si potrebbe chiosare, nonostante la Francia su tanti argomenti sia considerata un'isola felice o quasi. Oppure, ancora attingendo alla cultura popolare, “tra il dire e il fare…”.
Difficoltà realizzative e nella messa a terra di brillanti idee e di buone intenzioni caratterizzano le politiche di sviluppo dell’abitare. Proseguiamo con l’approfondimento su case e dintorni, aperto nelle scorse settimane, con una pubblicazione che restituisce un’angolatura non banale, quello delle residenze cooperative.
Uno dei saggi è firmato da Cino Zucchi, nelle cui parole emerge - ancora una volta - una distanza: quella tra diversi modelli dell’abitare e di un necessario superamento delle istanze del Moderno architettonico (forse non risolto del tutto): “Ma l’esperienza utile per riformare gli automatismi ereditati dal progetto abitativo è forse un’altra: una lezione di umiltà e serietà in un’epoca che privilegia l’iperbole formale anche in assenza di senso. Essa richiede uno sguardo attento e affettuoso, che sappia procedere per piccoli spostamenti piuttosto che per grandi proclami, inseguendo una serie coerente di piccole variazioni che possono condurre a inaspettate scoperte”.
Riassestamenti, scoperte, piccole correzioni di linea e di prospettiva. Li racconta Margherita Toffolon nella sua visita al nuovo monastero di Siloe, immerso nelle colline della Maremma. Anche questa è una storia architettonica a suo modo eroica: oltre 20 anni di costruzione (l’ultimo tassello, la Chiesa, da poco inaugurata) che non hanno mai tradito la centralità e la salvaguardia (fisica oltre che virtuale) di uno sguardo lungo, sul paesaggio, verso l’orizzonte. Serve approcciare la distanza profonda, se si progetta per il domani, e più in là ancora.
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