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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 496. Triste, solitario y final
19/02/2026

Il titolo del romanzo di Osvaldo Soriano (“Triste, solitario y final”, 1973) è emblematico per toccare un tema marginale solo all’apparenza, che coinvolge l’immagine dell’architetto (al maschile, ma solo perché tale è nelle storie raccontate) e, di conseguenza, la consapevolezza del suo ruolo nelle comunità.
Sono spesso le arti visive a costruire gli immaginari. Succede soprattutto in quella cinematografica di cui parliamo questa settimana indagando i luoghi torinesi di due film italiani (uno nelle sale, il secondo in arrivo), rispettivamente di Nicolangelo Gelormini e di Luca Guadagnino, loro stesse figure dalla formazione ibrida tra regia e progetto. 
Giorgio Scianca, che firma gli articoli della rubrica “Quo vadis architetto”, negli scorsi mesi ha raccontato di due altre pellicole dal successo notevole, e probabilmente inaspettato, di critica e di pubblico, con al centro figure di architetti (maschi, appunto, e novecenteschi): di fantasia il primo, reale il secondo.  
Johan Otto von Spreckelsen e László Tóth (l’attore è Adrien Brody) sono figure complesse, tormentate, geniali e, forse anche per questo, ai margini della società. Protagonisti di parabole dolorose, spesso innescate da rapporti difficili con le loro stesse opere. Sono film che confermano una linea interpretativa su cui si è fondata buona parte dell’architettura raccontata al cinema, basti pensare a Peter Greenaway e alla sua Roma de “Il ventre dell’architetto” . 
Anche se non manca qualche raro esempio che ha utilizzato la professione per raccontare rientri difficili, gender gap e differenze tra Italia ed estero (risale al 2014 "Scusate se esisto!" diretto da Riccardo Milani con Paola Cortellesi e Raoul Bova), dopo (quasi) 40 anni siamo ancora lì: all’architetto maledetto, un po’ pazzo, solo, irascibile, facile agli eccessi. Fa in qualche modo da contraltare un altro film di cui abbiamo scritto, con Veronica Rodenigo, “Le città di pianura” di Francesco Sossai. Anche questo di notevole successo, ricostruisce la notte di un giovane studente di architettura che vaga tra la Tomba Brion e la villettopoli veneta, in uno spaesamento che riflette un ambiente pieno di paradossi. 
Sono caratteri e condizioni estreme che affascinano il pubblico davanti agli schermi, evidentemente, ma che poco restituiscono del ruolo vero, o auspicato, che sembra dover prevalere nella società contemporanea: regista di azioni rigenerative, tessitore di relazioni, mediano più che fantasista per usare una metafora calcistica. 
Sereno e misurato perché questo serve per servire alle comunità. Dove c’è meno eroismo ma più costanza e mediazione, forse anche meno genio ma più diplomazia e testardaggine. Una dimensione che emerge in un racconto – anche questo diversamente emblematico – che merita di essere citato per la figura protagonista (Renzo Piano che dialoga con Alessandro Baricco) e il format (5 ore di chiacchierata, raccolte nei due episodi del podcast Genova Tapes).  
Pubblicato da Chora Media il giorno di Natale dello scorso anno, è un regalo: una lunga parabola di vita e di progetti trasmessi a viva voce dall’architetto italiano più noto. “Una lezione di coraggio, nel senso di non farsi paralizzare dalla paura di sbagliare, e di leggerezza. Il mestiere di architetto è battersi contro la forza di gravità, spiega Piano che fa della leggerezza il concetto cardine dell’esistenza, perché significa immaginazione, creatività, capacità di volare, di coltivare curiosità e fantasia”, ne scrive Mario Calabresi.  
Ma anche un profondo atto d’amore per il mestiere di architetto. In una realtà, la nostra, e sarebbe ingenuo non notarlo, in cui le specificità si annacquano con sempre maggiore intensità. Dove l’uso stesso delle parole è sintomo di uno spostamento concettuale. 
Si pensi alla retorica dei placemaker (retorico è perfino l'anglicismo). Possono essere architetti, certo, ma anche no. E su questo ancora il cinema ci viene in aiuto: tra le serie di maggior successo, nelle ultime settimane, c’è, trasmessa dalla Rai, “La preside”, ideata da Luca Zingaretti, diretta da Luca Miniero in cui Luisa Ranieri interpreta Eugenia Liguori, preside di un istituto scolastico di Caivano, area metropolitana di Napoli.  
Al netto delle polemiche per una rappresentazione che più d’uno, nel quartiere, ha definito eccessivamente caricaturale, le immagini degli 8 episodi restituiscono il Parco Verde di Caivano (anche se in realtà la fiction non è stata girata lì) come un luogo duro e intenso in cui le architetture non sono sfondo ma protagoniste di vicende umane ugualmente dure, ugualmente intense.
In questo quadro la scuola della preside famosa (o pazza, come viene definita) si distingue perché nel corso degli episodi progressivamente si trasforma. Cercando una ritrovata bellezza che è capace di attrarre studentesse e studenti a superare quel cancello e che si fonda sulla qualità degli spazi, sulla legalità degli usi, sulla porosità che diventa coesione e inclusione. 
Scelte da architetti, insomma, ma fatte da una preside. Non architetta, forse placemaker.

Collegamenti:

  • https://d9x0i.emailsp.com/f/rnl.aspx/?ill=yyzz25e:ln=w4ala=wvt15&x=pv&f4bf=0i8ecml8mnc&x=pp&yz.g0b.8:if_b-m=vq/1wNCLM

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