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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 507. Filo russo
07/05/2026

Siamo nei giorni in cui intorno ad un piccolo, e storico, padiglione ai Giardini della Biennale di Venezia – realizzato nel 1914 su progetto di Alexej Shchusev, restaurato di recente e di cui abbiamo scritto spesso in occasione delle Biennali degli scorsi anni - si è animata una disputa geo-politica globale. 
Il cortocircuito è tutto italiano, coinvolge istituzioni internazionali e genera polemiche e contrasti che condizionano fortemente l’inaugurazione (senza ministro e senza premi causa dimissioni in blocco della giuria) della 61° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (“In Minor Keys”, curata da Koyo Kouoh, scomparsa nel maggio di un anno fa). Ne parleremo nei prossimi giorni nello Speciale curato da Veronica Rodenigo, con gli articoli, tra gli altri, di Guido Rampoldi e Alessandro Colombo, ad accompagnare quello che apre di questa Newsletter, firmato da Carlo Olmo. 
Tiriamo questo filo russo, o (meglio) sovietico, con il secondo pezzo. Perché era in Unione Sovietica, oggi Ucraina, la Centrale nucleare di Chernobyl, il cui tragico incidente – alla fine di aprile di 40 anni fa – ha cambiato per sempre la percezione globale sull’energia nucleare. In Italia le reazioni portarono al referendum del 1987. Di questa storia ci interessano principalmente i luoghi, e allora abbiamo chiesto un ricordo e commento a Dino Marcozzi, ingegnere nucleare, che per Enel lavorava a Caorso (Piacenza) e a Montalto di Castro (Viterbo). 
La dismissione - sebbene parziale, perché una Centrale così non può essere spenta e ha bisogno di decenni per la decontaminazione - di quelle enormi costruzioni in cemento armato interseca temi attualissimi: patrimoni inconsapevoli, rapporti con le comunità, velleitari progetti di rigenerazioni impossibili, gigantesche quantità di materiali e di risorse (con tanti, troppi, risvolti grotteschi, se non tragici). E, ancora, il futuro dell’energia e delle sue infrastrutture, con i loro impatti sui paesaggi. 
Russo (con il Lo davanti) è anche il cognome del sindaco di Torino, città che ha presentato recentemente il Piano Regolatore. Ne abbiamo parlato nelle scorse settimane con Carlo Alberto Barbieri, oggi ospitiamo un ampio commento di Anna Prat, urbanista, per anni dirigente comunale, già direttrice di Torino Internazionale. Alimenta, anche in questo caso, un dibattito necessario sui temi urbani (la scorsa settimana abbiamo scritto di Bologna con Patrizia Gabellini), in cui l’urbanistica deve essere capace di riposizionarsi al centro dei processi, anche reinventando strumenti e metodi. 
Troppo spesso, complici emergenze, regimi transitori, formule miracolose (il recentissimo Piano Casa tra queste), eccezioni e deroghe varie, le città italiane si trasformano senza una visione generale. Anzi, paradossalmente, riescono a trasformarsi proprio grazie a progetti che si tengono volutamente lontani dal proporre una visione generale della loro evoluzione. Emblematici in questo senso i processi attivati dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che si concludono in questi mesi. Torniamo a parlarne grazie all’articolo di Elena Franco e Laura Fregolent: apre una serie di contributi, che ospitiamo da qui a giugno, con un doveroso bilancio critico. 

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