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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 509. Linguaggi da curare
21/05/2026
Tre episodi, in questi ultimi giorni, raccontano un’esigenza che assomiglia sempre più a un’urgenza, della collettività tutta. La cultura di progetto, oggi più che mai, in Italia più che altrove, ha bisogno di curare con più intensità (e forse anche passione) i propri linguaggi, sviluppando così forme di dibattito civile e di confronto realmente democratico e inclusivo.
Roma, Galleria Borghese: è bastata la convocazione di una conferenza stampa, lunedì scorso, per accendere polemiche e reazioni scandalizzate. Scempio, disastro, follia, si è letto. Il tutto di fronte a un (ipotetico) progetto di ampliamento. Che magari sarà necessario dibattere, forse anche criticare, perché porrà inevitabilmente temi intorno al labile confine tra conservazione e innovazione. Ma quello che lascia a bocca aperta è che la contrapposizione sia già oggi. Quando non solo non c’è un progetto, ma non c’è ancora nemmeno il bando di un concorso (sarà di idee) che dovrebbe premiare il miglior progetto. Deprimente.
Roma, Palazzo Giustiniani, sede del Senato: non molto distante, martedì mattina un gruppo di docenti universitari è ospite di un senatore della Repubblica per presentare un manifesto sull’architettura italiana. Proprio nella sede dove si dibatte da anni, senza ad oggi esiti legislativi, di possibili leggi sulla stessa architettura italiana. L’Accademia che esce dall’Accademia è già una buona cosa. Il confronto con un mondo ampio, dalle istituzioni alle forze economiche e sociali, è quasi un inedito. Al netto dei contenuti della Carta di Parma (ne avevamo già scritto), c’è un tentativo, non facile né scontato, di costruire un linguaggio comune. O perlomeno di definire una traccia, collettiva dicono i proponenti, tra persone che parlano linguaggi differenti. Promettente.
Venezia, Ca’ Giustinian, sede della Biennale: archiviata la turbolenta apertura della Biennale Arte, nelle stesse ore di martedì viene presentata l’edizione 2027 della Biennale Architettura. Ci sono i due curatori cinesi - Wang Shu e Lu Wenyu, di Amateur Architecture Studio – che sembrano tracciare una direzione contraria a quella di Carlo Ratti. “Do Architecture” è il titolo. Semplice e immediato a differenza di un involuto sottotitolo: “La possibilità di coesistenza nella realtà reale”. Per coesistere serve parlare la stessa lingua o perlomeno fare di tutto per capirsi. E per questo la Biennale annuncia che aggiungerà alle 2 lingue ufficiali (italiano e inglese) una terza, il cinese. Inevitabilmente globale.
Con questi stimoli di attualità, la Newsletter si muove tra i linguaggi: dallo spazio dei non udenti ai colori del Beaubourg, in restauro. Nella consapevolezza - che significa anche autocritica e impegno - che si può contribuire a costruire una cultura della disciplina adottando una comunicazione curata ma semplice, profonda ma chiara, critica ma senza pregiudizi, intensa ma non retorica.
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