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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 514. Lo spirito di Milano
25/06/2026
C’è una Milano che ci obbliga a (ri)parlare di sé. Di una città che esprime oggi questioni urbane decisive: paradossali, contraddittorie, emblematiche.
Dei giorni scorsi è la prima sentenza sullo scandalo urbanistica, in particolare sulla vicenda di via Stresa con costruttori, tecnici e dirigenti comunali coinvolti: assolti perché il fatto non sussiste. Non abbiamo partecipato al coro di chi “è stata sfigurata una città in maniera truffaldina aggirando le regole”. Non ci accodiamo a chi oggi (senza leggere le motivazioni che ancora non ci sono) derubrica anni di inchieste ad “una tempesta sul nulla”.
Le trasformazioni recenti di Milano richiedono di riflettere: come la città è pensata, come acuisce – invece di ridurre – le disuguaglianze, come esclude invece di accogliere. Con polemiche a ciclo continuo mentre tutto è fermo: cantieri, pratiche edilizie, necessarie chiarificazioni legislative. Forse non per “salvare Milano” (come da inopportuno slogan a norme scritte e poi cassate) ma per salvare (e ricostruire) un virtuoso rapporto tra legislazione e architettura.
A rendere reali, e urgenti, queste narrazioni è la chiusura (con prese di posizione e appelli) di un locale simbolico nel quartiere di Bovisa, alle ex Cristallerie Livellara.
Simbolico è (era) anche il nome: Spirit de Milan. Per anni ha occupato una posizione ambigua. Non semplicemente un locale, né un progetto di riqualificazione. Era piuttosto un uso dello spazio, un modo di abitare un frammento di archeologia industriale (con una storia affascinante) senza esaurirlo in un disegno definitivo.
Le superfici grezze, la scala irregolare degli ambienti, la compresenza di funzioni diverse (musica, ristorazione, socialità) contribuivano a costruire un dispositivo aperto, più vicino a una condizione che a un progetto.
In questo senso, lo Spirit apparteneva a una stagione specifica, quella in cui il riuso non coincideva ancora con la valorizzazione. La Bovisa è stata a lungo uno dei suoi territori privilegiati: un margine urbano in cui convivevano università, capannoni dismessi, residenze temporanee, spazi culturali nati per adattamento più che per pianificazione. Una forma di indeterminazione che oggi sembra progressivamente ridursi. Il nodo è economico e spaziale: riguarda il modo in cui ogni porzione di città viene progressivamente riallineata al proprio valore potenziale. Non conta tanto ciò che accade nello spazio, ma ciò che potrebbe accadere. In questa evoluzione, lo Spirit smette di essere un luogo e diventa una superficie disponibile, un lotto tra altri lotti, inserito in una traiettoria di trasformazione che tende a massimizzare la rendita.
È qui che la questione diventa architettonica come abbiamo raccontato intorno ad un’altra chiusura emblematica, quella della libreria Hoepli, di fine maggio. Perché anche immaginando che l’edificio venga conservato, restaurato o rifunzionalizzato, ciò che viene meno è il suo sistema di pratiche: tempi dilatati, accessibilità informale, mescolanza sociale.
Elementi difficili da incorporare in modelli di sviluppo standardizzati, ma fondamentali per costruire una certa idea di città. Spazi che non sono completamente pubblici né completamente privati, non del tutto pianificati né interamente spontanei. Luoghi porosi, attraversabili, in cui la città è negoziazione democratica prima ancora che fruizione.
È proprio questa porosità che oggi, a Milano e non solo, sembra restringersi. Lasciando chi abita la città un po’ più povero. Almeno di spazi.
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