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Il Giornale dell'Architettura -Newsletter 515. Barcellona: ieri, oggi, doman
02/07/2026
Un cerchio che si chiude. Il 29° Congresso mondiale degli Architetti, che si conclude a Barcellona, ha un riflesso simbolico. Al netto dei contenuti (che stiamo indagando nei nostri articoli) sono luoghi e ricorrenze a stimolare una riflessione, basata soprattutto sul tema della transizione.
Ne parliamo spesso (forse anche troppo) applicando il concetto alle questioni ecologico-ambientali, demografiche o socio-economiche. Ma ad essere in una fase di tumultuosa transizione oggi è anche la cultura architettonica europea.
Il Congresso UIA lo dimostra plasticamente: esattamente 30 anni aveva fatto tappa in una Barcellona ben diversa. Città culto (e meta obbligata di veri e propri pellegrinaggi) per architette e architetti di un’intera generazione, la capitale catalana veniva dai fasti delle Olimpiadi 1992 e si inventava - per tenere alta l’attenzione mediatica globale - il Forum internazionale delle Culture, inaugurato nel 2004.
In quell’incredibile laboratorio urbano di trasformazione l’architettura era strumento privilegiato (obbligato per certi versi) di una nuova idea di urbanità così come fattore di rimodellazione dell’identità.
Era un’architettura fatta di grandi firme e di simboli pesanti. In quegli anni l’archistar-system qui aveva messo le tende, firmando edifici emblematici (dalla Torre Glòries di Jean Nouvel al Triangolo di Herzog & de Meuron), completando grandi disegni urbani secolari, tra cui la Diagonal prolungata fino al mare, proprio tra quei due progetti.
La Barcellona di oggi ha dentro di sé quelle forme e quella storia ma il paesaggio è profondamente mutato. Le ambizioni e il format del Congresso UIA lo dimostrano: i progetti economicamente più significativi vengono percepiti quasi come un fastidio, si impone un linguaggio retorico, tutto è rigenerazione, i grandi studi vengono sostituiti dai collettivi, gli one-man show da dibattiti e confronti, l’orgogliosa autonomia della disciplina viene diluita con massicce dosi di (dichiarata) interdisciplinarietà.
Sembra che l’architettura non possa esistere se non integrata con pillole di sociologia, ibridata con una spruzzata di ecologia, dopata con punture di economia sociale. Attivismo quanto basta.
Il segno dei tempi, dichiarato in maniera altisonante in quel titolo: “Becoming. Architecture for a planet in transition”. In transizione non è solo il pianeta (non poca cosa, comunque) ma anche una Barcellona che ha continuato a farsi bella (come in quel fortunato slogan di metà anni ottanta: Barcelona posa't guapa) sperimentando e innovando molto negli ultimi decenni: culturalmente prima ancora che architettonicamente. Lavorando, tra le altre cose, ad un ripensamento del tessuto urbano disegnato da Ildefonso Cerdà con modelli che hanno generato buona parte delle teorie della prossimità.
Ma in transizione è anche la disciplina architettonica. Il caldo, le code, il caos intorno alle sedi del Congresso (circa 10.000 i visitatori totali) sono simbolici di un’attesa che si manifesta proprio in questo genere di eventi e che fa pensare, gramscianamente, alla transizione come ad una necessaria forma di crisi. “Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”.
Tra questi c’è l’ancoraggio ad alcuni capisaldi, che affiorano nei premi assegnati durante il Congresso. Il principale va ad Eduardo Souto de Moura. Ma ben due parlano italiano: Paola Viganò si aggiudica il Patrick Abercrombie Prize “per il suo contributo determinante alla pianificazione urbana contemporanea e per il suo influente lavoro teorico sulla città”. Il Vassilis Sgoutas Prize è invece assegnato allo studio brianzolo caravatti caravatti architetti per l’architettura intesa “come strumento di impegno sociale, con particolare attenzione ai contesti caratterizzati da fragilità economica, marginalità e accesso limitato alle risorse”.
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