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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 516. Progetto sociale
09/07/2026

In questo inizio estate in cui si scrive e si discute soprattutto di calcio, di caldo (ma raramente nella direzione utile, ovvero delle conseguenze spaziali del cambiamento climatico) e di politica (prevalentemente degli atteggiamenti sgrammaticati dei potenti del mondo), c’è un'altra notizia che merita un cenno. 
Giovedì scorso (pur con ritardo e con una formula ibrida che non era quella prevista, e ben più efficace, del Decreto) il Consiglio dei Ministri ha esaminato un documento dal titolo non particolarmente attrattivo: Piano nazionale d’azione dell’economia sociale. 
Una quarantina di pagine, circa 130.000 parole, 136 punti. In sintesi, un primo passo che riconosce una condizione complessa e stratificata, definendo per ora un perimetro (ripassare in futuro per gli atti conseguenti).
Tra pubblico e privato, è sempre più forte - e indispensabile per la “tenuta” sociale del paese - il corpo di realtà che antepongono le finalità sociali al profitto, reinvestono gli utili nei territori e adottano governance democratiche. 
Le conosciamo come enti del terzo settore, imprese sociali, cooperative, mutue, enti religiosi, fondazioni bancarie, società sportive dilettantistiche.
In Italia sono quasi 400.000 organizzazioni (con 1,5 milioni di addetti e più di 4 milioni di volontari) senza le quali le nostre città e il nostro welfare sarebbero ben diversi, dall’educazione alla sanità, dalla cultura alla tutela ambientale.
Sempre più spesso anche i nostri racconti intercettano questa dimensione, da Napoli a Lecco. Ad esempio, con la storia di copertina della Newsletter di oggi che ci porta, con Lucia Pierro e Marco Scarpinato, in un bosco nel cuore della Sicilia dove un’Associazione di Promozione sociale sta sviluppando un’iniziativa culturale e di cura del patrimonio. 
Proprio su questa linea pare utile aprire una riflessione centrata sulle relazioni, potenzialmente virtuose, tra economia sociale e architettura. Nel Piano c’è poco degli aspetti fisico-spaziali, non si parla mai di città ma si accenna ai temi della rigenerazione. 
Perché è nelle fragilità che le imprese sociali trovano il loro ambiente privilegiato di azione. Quale architettura chiedono quei contesti? È necessario ragionare su un rinnovamento degli strumenti della disciplina? Mentre sappiamo tutto degli impatti energetici dei nostri progetti, come si possono valutare gli effetti sociali che producono? 
Raccontando in queste settimane il Congresso UIA di Barcellona, abbiamo scritto con Francesca Comotti di come la professione abbia chiara la necessità di un profondo rinnovamento. Eppure nella pratica si progetta tendenzialmente nello stesso modo, gli studi sono gli stessi, i linguaggi si sovrappongono, che i clienti siano enti pubblici, ricche società private o realtà sociali. Non cambia nulla nemmeno a livello burocratico e di gestione dei tempi del progetto.   
Cambiano però i temi: il riuso (anche temporaneo), la rigenerazione creativa, il protagonismo delle comunità, la cura del patrimonio, il risarcimento dei territori, la coabitazione tra generazioni. Senza questi sfondi avremo una società più debole. Per progettarli un’architettura diversa è necessaria.  

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