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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 517. Sogni di una notte di mezza estate
16/07/2026

Il Piano dei sogni. Così avevamo chiamato il PNRR dando il titolo all’inchiesta dedicata. Con l’undicesimo articolo della serie torniamo al più grande piano di investimenti da decenni, nei giorni in cui si chiudono i progetti.
O si sarebbero dovuti chiudere: in molti casi sono scattati i tempi supplementari, grazie alla miracolosa ricollocazione, o ridenominazione, di alcuni fondi.
Con tutte le cautele del caso (difficile valutare gli impatti così a ridosso), proviamo a interpretare, al di là di numeri e statistiche, quanto l’ambizioso programma abbia agito su città e territori, e sulla qualità di vita di chi li abita.
Almeno due aspetti positivi ci sono. Non si sono concretizzate le tante profezie di sventura: in generale il sistema Italia ha dimostrato di saper programmare, investire e spendere. Rinunciando  a grandi opere di trasformazione o rigenerazione (il tempo dirà se in maniera lungimirante), distribuendo le risorse in un’infinità di medi, piccoli e piccolissimi cantieri. Provando, innanzitutto, a non scontentare nessuno. Ma, di fatto, non risolvendo le fragilità presenti, limitandosi a polarizzarle in una nuova geografia.  
E poi ci sono le architetture - tante, diffuse, molte di qualità – concretizzate in diversi ambiti: dalle scuole ai musei, dal patrimonio storico a parchi e giardini. Grazie ai soldi del Next Generation EU molti nostri luoghi sono migliorati, innegabilmente.
Insieme a questo però c’è un massiccio investimento che non pare aver generato vera innovazione. A partire dai processi. Poco o nulla è stato fatto per aggredire le emergenze del settore edilizio: costi, tempi, burocrazia. 
Molto si è potuto realizzare solo perché sostenuto da un sistema di governance stra-ordinario, che vive di deroghe, leggi speciali, percorsi preferenziali. Strutture commissariali, tempi di decisione ristretti, procedure di appalto compresse permettono di realizzare progetti importanti, spesso necessari (si pensi al Ponte Morandi), ma lasciano dietro di sé una sensazione diffusa: le vie ordinarie sono irrimediabilmente compromesse, si lavora saltando di emergenza in emergenza, privilegiando gli slogan alla dimensione concreta e operativa.  
La stessa logica del Piano Casa: per anni si è dormito sulla questione (e, per inciso, il PNRR ha agito solo marginalmente), oggi si provano nuove, mirabolanti, soluzioni. 
La normalità dell’architettura, dell’edilizia, del progetto urbano non esiste più. 
Con conseguenze evidenti sugli aspetti qualitativi perché in questo contesto la disciplina perde peso e influenza. Sempre in secondo piano, gioca – quando, e se, gioca – di rimessa. 
Il passo dal PNRR a Barcellona è breve, su questa linea. Leggete, in questa Newsletter, due articoli (di Francesca Comotti e di Jacopo Gresleri) che chiudono la nostra finestra sul Congresso UIA appena concluso. 
Sembra completarsi un percorso che ha portato ad una cultura del progetto volutamente debole, lontana dalla spettacolarizzazione e dalla muscolarità dei decenni scorsi, fortemente ibridata da altre componenti.
Una narrazione convincente in cui però si perdono identità e riconoscibilità. Con il rischio, per dirla con Alessandro Manzoni, di essere un (bel) “vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. 

Collegamenti:

  • https://d9x0i.emailsp.com/f/rnl.aspx/?ill=yyzz25e:ln=w4ala=wvy35&x=pv&f4bf=0i8ecml8mnc&x=pp&yz.g0b.8:if_b-m=vq23_NCLM

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