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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 519. Strade, incontri mancati, conflitti
30/07/2026
“La strada mi arricchisce, continuamente. Lì avvengono gli incontri più significativi, l'incontro della vera sofferenza, l'incontro di chi però ha ancora tanta speranza e allora guarda, attende. Per la strada nascono le alternative, nasce il voler conquistare dei diritti”.
Sono le parole di un prete, don Andrea Gallo. Le sue strade sono quelle di Genova che percorriamo nella ricorrenza dei 25 anni dal G8 del luglio 2001.
Evento che ha segnato la storia politica e sociale di questo paese, così come è stato un punto di svolta nello scontro, culturale prima ancora che economico, tra globalizzazione e spinte no global (come venivano definiti allora i movimenti).
Ma le parole di Emanuele Piccardo e le immagini di Joel Sternfeld ci restituiscono soprattutto la dimensione della strada come spazio pubblico negato, come luogo della democrazia sospesa e della deflagrazione dei conflitti, emblematicamente rappresentato dal suolo di piazza Alimonda, dove giace il corpo di Carlo Giuliani.
Non è una condizione solo storica o legata a situazioni particolari. Ancora oggi nell’ordinarietà - e sembra con crescente intensità - la violenza abita città e piazze. In alcuni luoghi con maggiore drammaticità, come gli Stati Uniti, complici le famigerate azioni dell’Immigration and Customs Enforcement.
Ma anche la cronaca italiana ci obbliga a riflettere: a Bologna, nel quartiere del Pilastro (ne abbiamo scritto qui), la recente morte di Abderrahim Fakir; in Val di Susa, i violenti scontri provocati dagli antagonisti No Tav; per certi versi anche le sguaiate polemiche su cosa sia legittima difesa, nelle case e per le strade, a proposito della condanna di Mario Roggero.
Nelle strade si coagulano le ferite della società attuale, le sue disparità, le sue ingiustizie. Più della sicurezza (vera o presunta, reale o percepita), osserviamo la crescita delle contraddizioni urbane.
Perché la nostra cultura progettuale ha alimentato una retorica che vede - e giustamente - nella vivibilità della strada un suo obiettivo: meno macchine più marciapiedi (“la città del futuro sarà sempre più pedonale”, scrive Rosario Pavia), meno barriere più arredo pubblico, meno asfalto più alberi. Con straordinari successi, che sono anche successi architettonici: le città occidentali sono più ospitali e abitabili rispetto ai decenni scorsi. E la pandemia, con le sue narrazioni e i modelli virtuosi che ha avuto la forza di generare, ha enfatizzato questo processo.
Eppure proprio la cura e la progettualità espresse in certi luoghi provocano un effetto paradossale.
Strade e piazze sono spesso più ospitali ma meno inclusive (a dispetto degli slogan). C’è più bellezza e meno diversità. Più qualità ma meno integrazione.
Le comunità si polarizzano (basti pensare alla turistificazione di cui stiamo scrivendo in queste settimane) e non si abituano a convivere. A dispetto degli approcci ampi (“La vera casa dell’uomo non è una casa, ma la strada”, scriveva Bruce Chatwin), ci siamo arresi a lasciare indietro alcuni luoghi. Ed è spesso lì che si innescano conflitti che, non gestiti, diventano violenze.
Non è più una questione di localizzazione, di centro e di periferie. Ma di margini interni e di strappi “lungo i bordi”, come nel titolo della serie animata di Zerocalcare. Da guardare per discutere le dinamiche attuali delle nostre città.
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