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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 523. Speciale Giornata mondiale dell'acqua 2026
27/08/2026

Lo scorrere fluido di una riflessione che si fa urgenza. 
Quando, a marzo, abbiamo aperto il secondo Speciale dedicato all’acqua, non potevamo immaginare fino in fondo quanto l’attualità del tema avrebbe superato, in pochi mesi, il livello di attenzione e di drammaticità raggiunto negli anni precedenti. 
Nel primo Speciale avevamo già affrontato il tema della resilienza idrologica: l'acqua è da intendere non come una mera risorsa fornita da una rete tecnica ma invece come una variabile fondamentale del progetto. 
In questi mesi abbiamo approfondito il concetto più volte: abbiamo raccontato progetti come il Water Garden di Bas Smets al Vitra Campus di Weil am Rhein, dove l’acqua aiuta a ricostruire relazioni ecologiche e spaziali migliorando contemporaneamente resilienza climatica, biodiversità e qualità dell'esperienza spaziale. O le cosiddette architetture della scarsità che implicano un ulteriore salto: una condizione inedita che può determinare nuove forme, tecniche costruttive, e una diversa organizzazione degli insediamenti. 
Ne abbiamo discusso guardando a scenari ampiamente e tristemente noti, ma con cautela e distanza dal catastrofismo.
L’estate che stiamo attraversando ha cambiato radicalmente la percezione del problema, almeno nella cara vecchia Europa. Temperature eccezionalmente elevate, precipitazioni insufficienti, riduzione delle disponibilità idriche e crescente pressione su territori, agricoltura e sistemi urbani hanno portato la crisi dell’acqua al centro dell’attenzione in molte aree del vecchio continente. 
Quello che a marzo poteva essere letto come un invito a progettare diversamente, oggi assume quindi il carattere di una necessità. Gli articoli di chi ha collaborato a questo Speciale hanno assunto spesso il tono della denuncia, ribaltando i punti di vista e convergendo su un aspetto chiave: l’acqua deve tornare a essere visibile.
Nell’analisi di Francesca Greco affrontiamo il tema dell’acqua incorporata nei cicli produttivi dei beni di consumo, quella necessaria lungo le filiere per produrre cibo, abiti, materie prime e prodotti industriali. Il concetto rimanda all’impronta idrica e, più in generale, ai flussi di acqua virtuale incorporati negli scambi economici. Il punto interessante è che la scarsità idrica non può essere letta soltanto attraverso l’acqua che esce dai rubinetti: le nostre scelte di consumo possono esercitare pressione su risorse idriche situate anche molto lontano dal luogo in cui viviamo.
Per certi versi ancora più forte è il monito di Arturo Vittori. Nelle città contemporanee l’acqua è stata progressivamente nascosta dalle infrastrutture: viene captata, trasportata attraverso tubazioni, utilizzata e poi allontanata attraverso reti fognarie. Per l'utente è diventata un servizio apparentemente disponibile in modo automatico. Questa invisibilità contribuisce però a farci perdere la percezione della sua provenienza, della sua quantità e soprattutto del suo valore.
Le soluzioni? Esistono, come dettagliato a valle dell’articolo di Andrea Agapito Lodovici, nei sistemi attivi, passivi, mobili e nature-based pensati per ripulire i fiumi da tonnellate di rifiuti, e nelle proposte Valsir (che ringraziamo per aver sostenuto questo Speciale) che promuovono sistemi per il risparmio idrico e soluzioni avanzate per il drenaggio sifonico, l’invarianza idraulica e la gestione delle acque meteoriche. 
E anche, perché no, nell’approccio poetico del progetto “In_vasi” di Sara Vignoli, che si propone di rendere visibile la crisi attraverso una traduzione formale dei dati provenienti dalle variazioni dei livelli idrici. 
Chiudere lo Speciale proprio nel pieno di questa estate acquista per questo un significato particolare. I contributi raccolti in questi mesi non intendono offrire una risposta unica a un problema tanto complesso, ma mostrano quanto sia necessario considerare l’acqua non più come una risorsa disponibile e implicitamente inesauribile, bensì come una componente fondamentale del progetto e del territorio: qualcosa da trattenere, recuperare, riutilizzare, proteggere e gestire con maggiore intelligenza. 
La distanza tra marzo e oggi è breve sul calendario, ma molto significativa nella consapevolezza collettiva. Ed è per questo che condividiamo la chiosa di Sara Roversi, quando afferma che in “Planet Aqua” non basteranno nuove dighe o nuovi tubi. Serviranno architetti che pensino edifici come spugne, urbanisti che ragionino per bacini idrografici, amministratori che trattino l’acqua come infrastruttura di pace e coesione sociale.
Soprattutto, serviranno comunità capaci di vivere bene dentro i limiti dell’acqua, trasformando le città in ecosistemi blu: fragili ma fertili, esposti ma generativi, alla ricerca di un equilibrio possibile tra sopravvivenza e bellezza.

Collegamenti:

  • https://d9x0i.emailsp.com/f/rnl.aspx/?ill=yyzz25e:ln=w4ala=wvy25&x=pv&f4bf=0i8ecml8mnc&x=pp&yz.g0b.8:if_b-m=vr3z_NCLM

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