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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 525. A qualcuno piace caldo
10/09/2026
I record di caldo non fanno più notizia. Sembra essere una traiettoria consolidata che spinge a rivedere le categorie interpretative, a partire dal lessico che le sostiene: quella climatica non è più un’emergenza, ma una condizione, stabile e progressiva, di cui (pre)occuparsi.
Mai come in questo periodo gli effetti delle alte temperature non solo si sentono, ma portano a discussioni e confronti sugli impatti per città, edifici, comunità.
Non c’è mostra, evento culturale o progetto che non muova da queste premesse. Con il rischio concreto che le retoriche vincano sulla ricerca di una reale consapevolezza condivisa.
Diamo e daremo spazio a questi scenari. Questa settimana scoprendo - con Luca Gibello, esperto e appassionato delle quote alte e delle loro costruzioni - le conseguenze dello scioglimento dei ghiacci sulla sicurezza e la praticabilità di rifugi e bivacchi alpini.
Ma raccontiamo anche una dimensione diversa, tra storia e religione: il 2026 non è solo un anno caldissimo ma è anche quello in cui si celebra San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, di cui ricorrono gli 800 anni dalla morte. Patrizia Mello ci offre un’interpretazione critica – con numerose incursioni nella cultura di progetto contemporaneo – del Francesco primo ambientalista.
Una lezione, come quelle che iniziano in questi giorni in scuole e università italiane. Il ricordo di Elia Zenghelis (progettista, fondatore di OMA con Rem Koolhaas, scomparso la scorsa settimana) è un prezioso cammeo, una fonte d’ispirazione. “Per Zenghelis – scrivono per noi Katia Accossato e Luigi Trentin - ogni singolo studente era, in un certo senso, il progetto. Ogni volta diverso, con specificità da individuare e assecondare, attraverso una sorta di autoformazione guidata. Il compito del docente consisteva nel costruire le condizioni perché queste specificità potessero emergere, più che nel fornire una soluzione”.
Ma lezioni (future) sono anche quelle che provocano un dibattito che sfiora la politica. Perché la condizione dell’edilizia scolastica nazionale presenta falle e lacune diffuse, a cui il PNRR ha dato risposte solo parziali. Tra queste il fatto che poche aule (meno del 10%, secondo i dati del Ministero dell’istruzione) siano climatizzate.
Proprio alla penetrazione dei sistemi di aria condizionata in Italia il New York Times ha dedicato un lungo reportage da Agrigento, scritto da Motoko Rich e Josephine de La Bruyère. In estrema sintesi: gli italiani non hanno mai amato impianti di condizionamento dell’aria, ma adesso – complici appunto le temperature sempre più alte – devono correre ai ripari.
C’è del vero, in questa lettura. E porta con sé altre, necessarie, questioni edilizie e architettoniche. Climatizzare gli ambienti significa dover ripensare alla compenetrazione degli spazi, riducendo forme di mediazione tra interno ed esterno, limitando la porosità degli edifici stessi.
E d’altra parte impone elevati consumi energetici (e relativi costi) e un’inquietante subalternità del progetto architettonico rispetto a quello impiantistico. Anche su questo aspetto specifico, puntuale ma non banale, il riscaldamento globale sfida la nostra cultura.
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