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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 528. Le nuvole di Zumthor
01/10/2026
Nel parco - davanti al Ginkgo biloba che genera la rinnovata geografia della Fondazione Beyeler - Peter Zumthor racconta: “Abitavo a 5 chilometri da qua, conosco tutto, conosco gli alberi, conosco le nuvole”.
L’architetto basilese - che, fino ad oggi, a Basilea aveva costruito pressoché nulla - è uno dei pochi grandi nomi della cultura globale capace di ribaltare le narrazioni.
Al di là della qualità dei suoi progetti, al di là del suo linguaggio materico.
Non ha un sito web, figurarsi un profilo social attivo, il suo studio è piccolo e segue tutto personalmente, parla poco in pubblico, si mostra ancora meno.
Anche se qualcosa nella sua biografia sta cambiando (abbiamo raccontato solo poche settimane fa, e criticato con Edward Dimendberg, l’intervento californiano che è un salto di scala in tanti aspetti), i suoi progetti sembrano parlare ancora un linguaggio diverso: in termini di riferimenti, artigianalità sartoriale, suggestioni, atmosfere.
Elitario, snob, disimpegnato, potrebbe dire qualcuno. Perché nella retorica (anche in quella a cui si è fatto ricorso per l’ampliamento della Fondazione Beyeler con tre nuovi delicati oggetti nel verde, visitato per noi da Arianna Panarella) non compaiono i drammi, le sfide, le urgenze della contemporaneità.
La vicinanza con interventi di Renzo Piano (sia a Los Angeles che a Basilea: “Siamo molto diversi, ci stimiamo moltissimo”) è curiosa ed emblematica in questo.
Cambiamenti climatici, guerre, disuguaglianze? Restano fuori, importano le sensazioni (“Questo museo fa parte del mondo, ha tante aperture verso il paesaggio perché non deve rinchiudersi in una scatola”), contano le nuvole.
Per curiosa coincidenza il taglio del nastro a Basilea avviene pochissimi giorni dopo che alla 83° Mostra del Cinema di Venezia è stato presentato “From Inside Out. The Architecture of Peter Zumthor”, il film documentario di Wim Wenders. Un lavoro di riprese e di regia durato – a proposito di narrazioni ribaltate e di tempi dilatati – ben 14 anni. Coerentemente, in linea con la poetica di Zumthor, ci sono soprattutto atmosfere, suggestioni, rumori, suoni, vento e luce.
Quasi nulla dei temi che il migliore cinema architettonico (nella rassegna di Giorgio Scianca) propone. Su tutti gli scenari di guerra mediorientale.
Proprio in questi (pochi) giorni è nelle sale italiane - e con straordinaria risposta di pubblico - “Naza”, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, prodotto dal Guardian e girato sui tetti di Tel Aviv, che rivela le modalità di rilievo e mappatura come strumenti di morte a Gaza.
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