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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 531. Quell'Italia, in piazza
22/10/2026
Manifestazioni e proteste. Le città (alcune, emblematiche) diventano la scenografia per settori di comunità che confrontano idee, valori, principi, rabbie e appetiti con, e negli, spazi urbani.
Da Parigi a Tirana, da Madrid (soprattutto sul tema della casa, con cui iniziamo la Newsletter) a Milano, diversissime sono le modalità e le istanze. Ma simili le questioni che pongono rispetto a luoghi che oggi vediamo ospitare folle e piccoli drappelli in movimento.
Lasciamo ad altre competenze - e a un necessario tempo di sedimentazione - giudizi e ragionamenti su impatti e conseguenze sociali. Tra appelli muscolari alla repressione (comunque e sempre, a priori) e inviti problematici alla comprensione (a oltranza, oltre che a priori) serve un approccio critico capace di leggere la complessità delle comunità attuali.
Comunità che oggi (ancora di più che negli anni del citatissimo, in questi giorni, Henri Lefebvre e “Il diritto alla città”, fine degli anni sessanta) hanno bisogno di uno spazio urbano, pubblico, collettivo che sia condiviso come luogo del confronto e della gestione democratica del conflitto.
Condizione che chiama in causa la disciplina architettonica, a pieno titolo. Urgentemente, a giudicare da certe posizioni di queste ore: “E io continuo a chiedermi dove siano gli architetti. Dove siano gli ordini professionali, le fondazioni, le associazioni e le istituzioni culturali che ogni giorno ci raccontano quanto sia importante lo spazio pubblico. Che organizzano convegni sul diritto alla città, pubblicano manifesti sull'inclusione e celebrano l'architettura come strumento di trasformazione sociale”, scrive Ilaria Iacconi Iambrenghi mettendo a nudo una situazione che ha molto del paradossale.
Le retoriche sulla centralità dello spazio pubblico nelle città contemporanee sono state tra quelle più praticate negli ultimi decenni dalla letteratura disciplinare. Basti pensare alle “Cities for All” di Jan Gehl (che festeggia i 90 anni con una bella mostra al DAC di Copenaghen di cui parleremo) o alla nuova prossimità di Carlos Moreno (presto la recensione del suo ultimo libro, “La città che cura”).
Posizioni culturali che hanno generato moltissime applicazioni concrete: la transizione tra Covid e PNRR ha avuto come sfondo la realizzazione massiva di una nuova generazione di spazi pubblici: virtuosi, sostenibili, inclusivi nelle loro dichiarazioni di principio. Belli anche, grazie a consistenti investimenti pubblici.
Una stagione che, sembrano dirci le tante mobilitazioni di questi giorni, pare aver privilegiato la ricerca dell’efficienza alla convivenza. Luoghi comodi, porosi, accessibili e ospitali. Con aree verdi e tante piste ciclabili, in una configurazione virtuosa. Straordinari in quello che offrono e nella capacità di spingere fruitrici e fruitori al consumo (con sedute e panchine specie in via di estinzione).
Ma che le diverse comunità faticano a riconoscere come adeguati all’incontro.
E che, quando il confronto diventa conflitto, diventano le prime vittime del deficit di appropriazione. (Spazio) pubblico ma non troppo.
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