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Il Giornale dell'Architettura - Newsletter 533. Panem et circenses
05/11/2026
La storia di San Siro (quasi ex) stadio di Milano ha un che di simbolico. Si interseca ai drammi urbanistici della città, alle inchieste giudiziarie, al blocco dei cantieri, a quello degli uffici.
Un quadro critico, addirittura enfatizzato dalla sorprendente scelta del Comune, contestata da più parti, di procedere con una variante alla pianificazione generale, pur con elezioni all’orizzonte.
Dove l’amministrazione pubblica si è ritirata (vendendo alle società calcistiche, al momento i ricorsi sono stati rigettati) impazzano rendering e promesse. Il nuovo San Siro (pardon, stadio Generali) è stato presentato in pompa magna al Castello Sforzesco. Firme griffate d’eccezione (Norman Foster con MANICA), un’immagine internazionale e globale (il solito grande catino), ma con sverniciata identitaria (ovviamente l’ispirazione della struttura esterna con grandi losanghe arriva dal Duomo, da dove sennò?).
Milan (non Milano) e Inter avranno il loro stadio. Di San Siro (dove c’è un vincolo, sì, ma sostanzialmente non applicabile) resterà una piccola parte, memoria e traccia di una storia centenaria, di sport e di società.
Vicenda emblematica che racchiude più temi: gli stadi sono forse le tipologie architettoniche che più mettono alla prova, oggi, la cultura del progetto. Le scontate esigenze di innovazione, i drastici salti in scala, la progressiva separazione tra la dimensione sportiva (e di un certo tifo) e quella commerciale-televisiva, il rapporto complesso con le strutture preesistenti, monumenti architettonici spesso sacrificati sull’altare delle esigenze di cui sopra.
Anche perché, proprio per la risonanza che generano, sono luoghi che spesso irrompono rumorosamente nel dibattito politico e sociale, drogandolo di retoriche e isterie.
Chiedere per informazioni ai giovani progettisti milanesi di VG13. Hanno vinto il concorso per il nuovo stadio di Zagabria, ma il loro ruolo viene messo in forte discussione da una tempesta perfetta, che dai social è entrata direttamente nei palazzi governativi: ironie sulle forme (e qui, l’Intelligenza artificiale è straordinario alleato di chi vuole incendiare gli animi), sui materiali, ma, soprattutto, reazioni con un amaro retrogusto nazionalista.
Tommaso Fantini e Alberto Rossi sono italiani, con studi e insegnamento all’Accademia di Mendrisio. Hanno il difetto di non avere nulla in comune con la Croazia.
Una dimensione che coinvolge così anche quella professionale, come racconta - in apertura di Newsletter - Manuel Orazi, autore che sugli stadi ha una solida esperienza, a partire dalla mostra organizzata al Maxxi.
Ma anche di storia, e di storie, ci occupiamo. Giovanni Castiglioni, da Verona, scrive dell’Arena e dei suoi tanti, diversi, disparati usi temporanei.
La sua agenda, tutta esaurita, sembra togliere anche il tempo di respirare e di essere – soltanto – un monumento con 2000 anni di vita sulle spalle.
Anche qui la questione è simbolica di un modo di intendere il patrimonio: tra esigenze di tutela e di valorizzazione (aspetti che non sempre vanno di pari passo, provocando cortocircuiti e tensioni), pubblico e privato (categorie che forse non sono più sufficienti ad affrontare le sfide del contemporaneo), uso (legittimo) e abuso.
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